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venerdì 2 marzo 2018

Mai più censura! Petizione: Facebook cambia algoritmi!

Ormai quasi tutti conoscono la mia storia. La mia inserzione con la Venere di Willendorf censurata da Facebook. In questi giorni abbiamo tutti i media mondiali che ci guardano. Perchè una petizione? Facebook ieri si è scusato ma lo stesso giorno ha bloccato un'inserzione della pagina di "the art newspaper", proprio per la presenza della Venere! Allora facciamolo. Chiediamo il vero cambiamento, chiediamo che gli algoritmi vengano modificati o si ripeterà in eterno! Facciamo questa cosa insieme. Firmate la petizione e condividetela, diventiamo attive/i, è il momento! Grande Madre è anche questo! Creazione, mutamento, movimento! Solare azione! Vita vera tessuta. Allora Crei-amo! ecco il link!

mercoledì 27 dicembre 2017

DI DONNE, DI PANCETTA E DI FEMMINILITA'


Sarà vero che la vera condizione "naturale" della donna è quella di "munita di pancetta"?
Sarà vero che la pancia piatta porta energie maschili?
Sarà vero che portare i pantaloni plasma il nostro corpo sulle energie "maschili" al punto di plasmare anche il nostro carattere?
Sarà vero che un piercing o un tatuaggio possano irrimediabilmente danneggiare la nostra "energia femminile?"

Queste domande sono ispirate a un post diventato (ahimè) virale. Cioè, l'intento era buono e lo capisco: riabilitare le forme morbide. Ma il risultato è stato disastroso per i danni che una posizione del genere può arrecare.
Beh donne, rassicuratevi. Non è vero niente di tutto ciò. 
Ma siccome all'autrice di questo blog piace l'argomentazione, ora spiegherò perché. 

"Naturale" nel senso di nuovo modello unico?
Io ho la pancetta.
Mi sta benissimo riabilitare la pancetta. 
Non mi sta bene affatto l'errore nel quale incappa l'argomentazione del post in questione: contrapporre la pancetta alla pancia piatta, definita quasi come se fosse l'origine di tutti i mali delle donne.
E' certamente odioso che il modello unico di donna semi androgina che ci viene bombardato come "bellezza femminile" sia appunto un modello unico. E' odioso doverci fare i conti se la tua (la mia) non è quella forma precisa.
Ma non è la magrezza "il nemico", diamine!
Il problema è il "modello unico". E questo post ne propone uno a sua volta, di modello unico: quello della donna morbida, vestita con i gonnelloni, veri attributi di "femminilità". 
Sono venuta a conoscenza dell'articolo da una mia amica, naturalmente magra con la pancia piatta, che insieme a mille millanta altre donne magre deve ben essersi sentita sbagliata e giudicata davanti a un simile post. Come mi son sentita sorpresa io a leggere quanto i pantaloni che spesso indosso debbano aver "plagiato" il mio carattere in senso "maschile". Vorrei chiederlo cosa intendiamo con queste "qualità maschili" citate, trovate gli screenshot sotto. 

Cosa è maschile e cosa è femminile?
Vorrei ribadire un concetto. Importante.
C'è una cosa davvero appartenente alla diffusa mentalità di un "maschile distorto" in questo piccolo post: la contrapposizione duale. Pancia piatta VS pancia tonda. Gonna VS pantalone.
Tipica mentalità assolutamente attuale più volte analizzata su questo blog in più articoli. 
Parlo di maschile distorto. Potrei parlare di "patriarcato". Non parlo di "maschile" tout court perchè il maschile sano merita rispetto. E questa non è "mentalità maschile", questa è mentalità di maschile distorto. Questo è puro pensiero patriarcale che ci riguarda tutte e tutti e di cui è bene essere consapevoli.
Di fatto si continua a etichettare con sicurezza cosa sarebbe "maschile" e "femminile", però in testa abbiamo solamente i significati che, appunto, la mentalità patriarcale ci ha insegnato a vedere come maschile e femminile.
Ogni volta si usa la parola "maschile" in questo articolo lo si fa con accezione negativa, salvo non spiegare quali sarebbero queste terribili qualità maschili che emergerebbero a suon di infilare nuovamente i pantaloni. 
Ma poco importa.
Importa che dovremmo smetterla seduta stante con la ricerca del modello "giusto", e fare la rivoluzione. 
Tradotto, la rivoluzione significa comprendere nel profondo che non esiste "la vera donna", così come lo crediamo adesso.
La donna è multiforme. Lo è anche la Dea. 
Lo è e lo è sempre stata, basti vedere i reperti rinvenuti e ben descritti da Gimbutas. Ne abbiamo per tutti i gusti e tutte le forme, dalla pelle e ossa alla morbidosa anche parecchio sovrappeso. Eccovi una lista di Dee con pancia piatta. Vorremmo mica dire che sono "maschili"?








Perché il pensiero simboleggiato dalla Grande Madre non è quello che definisce cosa sia più giusto a scapito di un "sbagliato uguale contrario".
Si addentra in qualcosa di più profondo, di una qualità dell'essere e del pensiero:
la possibilità differenziarsi e stare bene nelle differenze innanzitutto, e quindi nell'avere anche forme differenti. Non è un pensiero che separa, non è un pensiero che cerca il modello unico.
Non è un pensiero che si basa sulla logica duale oppositiva e sulle dicotomie.

Non è di sicuro una lista di "cosa non si dovrebbe fare" basata su dogmi calati dall'alto.



L'errore qui è precisamente questo. Dividere il mondo in due: con pancia / senza pancia.
Ci siamo?
Bon. 
Secondo passaggio: attribuzione di valore positivo a un termine della dicotomia (con pancia) e, per logica duale oppositiva, di valore negativo all'altro termine (senza pancia).
Terzo: incasellare in corrispondenze, sempre nel positivo/negativo, sempre in logica duale oppositiva: con pancia = femminile = bene QUINDI senza pancia = maschile = male. 
Se si legge il post si nota come persino alcuni disturbi della sfera femminile sono stati attribuiti a questa famosa pancia piatta. 

Meno male che si parla di assenza di flessibilità... 

Tralascio la causa individuata nel rapporto con la madre. Potrei perdere la pazienza. 1- perché di professione mi occupo di persone e le cause delle difficoltà sono sempre molteplici, intrecciate e complesse. 2- perché dare la colpa alle madri è una vecchia frontiera di maschilismo dalla quale non riusciamo proprio a uscire. Mi fermo perché potrei scrivere un libro sul tema.







La semplificazione della logica duale oppositiva porta a non vedere le sfumature di diversità nella realtà che descriviamo. Esempio? Quando mai la pancia piatta sarebbe maschile? Quando mai l'uomo avrebbe SOLO quel modello qui descritto. 




Non voglio essere troppo cattiva con questa povera Olga che scrisse il post originale. Però ho deciso di usarlo come esempio dei tranelli logici di questo modo di pensare, questi si "distortemente maschile"e per mostrare i danni che ne possono derivare.


La stessa attribuzione di valore "bene/male", purtroppo piega di sapore new age che attinge ai monoteismi precedenti, rischia troppe volte di essere giudicante verso coloro che si discostano dal nuovo modello unico che una presa di posizione presunta spirituale offre. Fare tutto questo in nome della "femminilità" mi stride come le unghie sulla lavagna. 

C'è del vero in questo post: è dannoso costringere le donne in forme che non sono loro naturali. 
Ho sofferto di terribili crampi durante le mestruazioni. So cosa vuol dire. Ma non erano i miei pantaloni, non era la forma della mia all'epoca piatta pancia. Al fatto biologico -che esiste diamine- si aggiungeva molto di mentale, il rifiuto del mio ciclo stesso ad esempio. Era molto di questo stesso pensiero duale che rifiuta e giudica in modo categorico, che applicato verso noi stesse si tramuta in una vera censura delle parti di noi che non amiamo. Cosa che non ho imparato "da mia madre" ma dall'intera mia cultura, mia madre compresa. Ma non solo.
La si nota la differenza? Il ragionamento proposto dal post esclude e definisce in via esclusiva, ricerca La soluzione; quello che propongo invece ingloba, comprende, complessifica e non si accontenta della prima apparente spiegazione.
Queste "forme naturali" variano di donna in donna. E' scorretto far sentire inadeguata una donna che ha la pancetta esattamente quanto è sbagliato criticare chi naturalmente non la ha.
E' vero che l'utero è un organo che si modifica ingrossandosi e assottigliandosi. Ma è vero che questo processo è in alcune visibile e in altre no.
Nessuna di queste donne è sbagliata.

E dal punto di vista energetico?
Qui forse viene la parte del post che più mi ha costretto a praticare una lenta e profonda respirazione.
Conosciamo ancora pochissimo di cosa sia energia maschile e femminile, a livello sistemico. Come dicevo sopra, in troppe e troppi crediamo ancora che queste due categorie equivalgano al bacino di significati che l'attuale peculiare (e sbilanciata) cultura ci ha insegnato.

Ancora di più: l'energia femminile NON può "esaurirsi"! Per giunta stando "scoperte"! Nudo rituale, questo sconosciuto. Bellezza della nudità, questa sconosciuta.
Come si fa a dichiarare con leggerezza una simile opinione come fosse una Verità immutabile! 
Possiamo forse esaurire la nostra anima e il suo moto di respiro attraverso un vestito?
Pensiamo forse che una forma esteriore solo per il fatto di esserci possa avere tanto potere su un'essenza che proviene dal nostro nucleo?

Lo provo a spiegare meglio io.
E' come illudersi di cambiare le profondità degli abissi spostando l'acqua con le mani sulla superficie.
E' vero invece il contrario: un mutamento degli abissi muove anche la superficie.

Quindi veniamo ai piercing, ai vestiti, ai temuti e odiati pantaloni.
Questi dipendono da gusti culturali e personali.

Femminilità è una questione di conoscenza di sé. Proprio così.
Il problema della femminilità di oggi è riuscire a scorgerla sotto un nucleo di acculturazione di quel famoso maschile distorto di cui ho già ampiamente parlato. Ancora più difficile: riconoscerla sotto quello che crediamo essere "femminile" ma che è invece "femminile distorto". Femminile distorto amplificato da post come questi.
Una volta che si inizia a scorgerla, questa femminilità, la si può esprimere -manco a dirlo- in mille differenti forme.
Il bello della cultura di oggi (perché non è tutto schifo) è proprio nella possibilità di scegliere.
Nella scelta c'è la Grande Madre.

Il blocco non è nel vestito in sé.
Se c'è un blocco, parte da prima. Potrebbe capitare di scelgliere un dato abito come espressione di un blocco che parte in me. L'abito come espressione esteriore di una dimensione interiore. Ma lo stesso abito può avere ragioni persino opposte.
Esempio: il corsetto in vita. La vita stretta era in voga anche nella società minoica, l'ultima cultura interamente "della Dea" europea. La stessa Dea era cosi raffigurata (vedi immagine Dea dei Serpenti più in alto) probabile omaggio al ventre dell'ape. Indossando quell'abito -e l'ho fatto- non ho bloccato nulla tutt'altro.
Prendo lo stesso corsetto, lo metto magari perché temo di esser giudicata brutta, non piacere, poco sexy o poco femminile, o perché è un'imposizione culturale come fino a pochi decenni fa: il blocco c'è ma è nella mia paura, nel bisogno di omologazione, nella non scelta. Mi spiego?
Lo ripeto: non è il vestito. È come stiamo, come ci esprimiamo, se ci rispettiamo.

Sono femminile nell'esprimere quello che sono. La mia "bellezza" in senso lato. Quella che non dipende da un canone e nemmeno dal suo contrario. La mia vera essenza. 
Quando scelgo come esprimerla si vede e si sente. 
Anche se ho i pantaloni.
Anche se ho il piercing.
Anche se ho la pancia piatta e sono magrissima.
Anche se ho il tatuaggio.
Anche se mi metto il frak diamine
perchè emerge da altro.
E certo, anche se ho una gonna mini o lunghissima che sia.
Anche se non voglio fare neanche un piercing.
Anche se ho una morbidissima pancetta o un pancione.
Anche se non ho voglia di tatuaggi.
Anche se mi metto il tacco 12.

E tutto ciò è vero perché se la mia scelta è sincera, quello che esprimo nel mondo sono IO. IO.
Radio, splendo, a testa alta mi esprimo. 
Altro che blocco delle energie! Che triste rappresentazione abbiamo delle energie, se pensiamo di bloccarle con così poco! Quando splendiamo siamo fiumi in piena, che non si fermano davanti a niente, vortichiamo di gioia e potenza! Un piercing non è che un bastoncino incastrato tra due massi in un torrente in piena. 

Per cui donne, basta con queste cose.
Basta ricerca di modelli unici. Basta critiche della forma diversa. Basta focus sull'apparenza, ma serve la relazione per indagare la sostanza. E dalle reali relazioni fuggiamo.
Basta azzardare diagnosi di cose che talvolta nemmeno sono problemi reali. Invece ad esempio che seguire il modello del parto indolore come presunta somma elevazione spirituale della donna, cosa letta anche in altri post (ricalcando così il modello che ha voluto fare del dolore una condanna divina, furbe noi eh?), iniziamo a dare a quel dolore un differente significato. E riprenderci in mano la significazione dei nostri fatti biologici al di là delle già conosciute dicotomie.
Senza creare "club esclusivi" dove entrerebbero le presunte "partorienti senza dolore", piuttosto che "quelle con figli" o "quelle senza figli" eccetera. Perché sono tutti, tutti, modelli unici. Accettiamo la diversità. Nelle scelte, nelle esperienze.  

Dal "cosa indossi" dovremmo spostarci in "perché e come indossi". 
Così, per dire.
L'intento. L'intento è ciò che muove le energie.
Fai le cose sapendo cosa fai. Falle con significato. Ed è questo che da fuori si percepisce. E' questo che muove le energie.
Ti senti splendida con la gonna fino ai piedi? Mettila! Temi che il piercing possa avere conseguenze negative sul tuo corpo? Non farlo! 
In giro si dice tutto e il contrario di tutto: tutti/e che cercano di controllare "come dovrebbe essere", come devi sembrare. 
Ma tu cosa hai da dire in merito?
Cerca le tue risposte. LE TUE.
Sperimenta.
Vedi cosa va meglio per te. PER TE.
Esci anche dalla tua zona comfort. 
Chiedi come si sentono gli altri/le altre. Confrontati, potresti trovare pezzi che non conoscevi.
Torna sui tuoi passi.
Prova ancora.
Quando sei pronta scegli.
Scegli e gioca.
Inventa.
Sii creativa.
Cambia idea se è ora di farlo.
Fai ciò che senti che ti permette di splendere ricordando che la notte è splendida perché splendono miliardi di stelle.
Chi ti dice come devi essere magari ti vuole uguale a sé magari perché ha paura di cercare come splendere.
Chi ti dice come devi essere magari non vuole che tu splenda così da non dover vedere che ha paura a splendere.
Chi ti dice come devi essere magari vuole solo proteggerti, ci sono stati tempi in cui splendere faceva costare la vita.
Chi ti dice come devi essere magari ti vuole proprio controllare per avere apparentemente vita più facile lui/lei. 

Ma è giunto il tempo di splendere.
Ed è in questo splendere che emergerà la tua femminilità.
Non nel nascondersi.
Non nel conformarsi.
Nemmeno nella ribellione che altro non è che lo stabilito contrario della norma eterodecisa. 

Si splende di meravigliosa diversità.

 E ora scrivi tante volte assieme a me:


Se ti interessa questo post può piacerti anche "ma quale Dea? Oppressione e stereotipi nei movimenti spirituali"



lunedì 13 novembre 2017

MA QUALE DEA?? Oppressione e stereotipi nei movimenti spirituali



Quando trasformiamo la Dea da opportunità a oppressione.

Prendo il là dalla copertina del Time che cita "il mito della Dea" per discutere di come la maternità "perfetta" faccia male alle donne. La maternità perfetta abbinata al mito della Dea. Da mettersi le mani nei capelli. Un disastro di associazione. Mi si rizzano i peli sulla schiena.
L'appello di questo post è per considerare cosa davvero la nostra cultura associa all'immagine della "Dea", idee portate avanti persino da alcuni movimenti spirituali femminili o da alcune singole persone che all'interno di questi movimenti operano, e come queste associazioni siano spesso fuorvianti, inesatte e di nuovo oppressive per le donne. Ma di conseguenza anche per gli uomini, in quanto per molti il femminile e il maschile sono un 50% ciascuno dell'universo, in logica oppositiva: ciò che non è femminile sarebbe maschile e viceversa. Una semplificazione che, se davvero vogliamo crescere, non può continuare a lungo.
Ne sto parlando in vari interventi da giorni. Un'amica oggi mi scrive in privato di come si senta stretta nelle rigide definizioni che alcuni gruppi le propongono: femminile che deve sempre accogliere e ricevere, maschile che deve dare. Perché queste definizioni sono spesso affiancate da un approccio paternalista, un tentativo di correggere e aggiustare chi, davanti a noi, non sarebbe conforme al presunto sacro insegnamento della Dea. Quale Dea? Non la "mia", la "mia" non ragiona così.

Un'altra cara amica si sfogava la scorsa settimana su prese di posizione criticabili da parte sempre di alcuni movimenti femminili che, sulla tragica morte della madre sarda (pare di polmonite comunque, non di parto in casa!) avrebbero commentato adducendo che la presunta oscurità (riferendosi all'attuale periodo dell'anno come scansione temporale dell'accadimento) sarebbe "contro" al risveglio del femminile, contribuendo così a rilasciare nel mondo e rinforzare l'idea (il dogma?) che "l'oscurità" sarebbe da associarsi al "male", senza rendersi conto di essere così portatrici di un pensiero che ha una genesi esattamente in un modello di cultura che ha oppresso il femminile. Altro che risveglio. se c'è una cosa "contro" questo auspicato risveglio è proprio questo genere di pensiero. Un pensiero lungi da essere universale e neutro. 
L'oscurità non è che una fase dell'esistenza, portatrice di doni oltre che di sfide, al pari della luce. In questa tragedia non c'entra nulla l'oscurità e nemmeno chissà che esseri punitori divini, perché questa cosa delle punizioni nemmeno sarebbe parte della filosofia della "Dea", se proprio vogliamo dire anche questo. Poi certo, ciascuno la pensi come vuole, ma dovremmo porre attenzione, e lo dico come attivista spirituale, a cosa insegniamo agli altri. Essere almeno consapevoli da dove derivano le idee che predichiamo. Se abbiamo o meno preso il terreno delle religioni in cui siamo cresciute e ci abbiamo piantato nuovi fiori, ma il terreno quello è, e se il terreno è troppo acido torneranno a ricrescerci le stesse piante di prima. 
Essere almeno consapevoli che il nostro (compreso il mio, si) non è l'unico approccio possibile. Lo siamo abbastanza?



Kali Dea dell'Oscurità e della Distruzione
Ed è così che voglio introdurre di come la "mitologia della Dea" piuttosto che definire nuovi modelli unici sia piuttosto in grado, se ben assunta, di restituire alle donne la complessità che meritano. Alle donne e all'universo aggiungerei. Perché è quantomai urgente imparare tutti e tutte un pensiero che restituisca ricchezza e complessità. 
Ogni modello unico proviene da un pensiero che opprime.
Lo ripeto. 
Ogni-modello-unico-proviene-da-un-pensiero-che-opprime. Anche quello che "la donna sempre accogliente". Anche quello che "la donna sempre e solo lunare". 
Ma "Dea", ben prima che si chiamasse con questo nome, la Potnia, l'Antenata Antica, la Madre primordiale, era Tutto. E Lei manteneva l'equilibrio delle polarità in questo tutto, affinché nessuna prevalesse sull'altra e tutto procedesse in armonia. In parole povere, "Lei" non era una polarità contrapposta a un'altra polarità. Lei era entrambe e allo stesso tempo colei che forniva le leggi per equilibrarle. Maschile e femminile? Suoi figli gemelli. Contenitore e contenuto.
Non era certo solamente Luna anzi, sono molte di più le divinità lunari maschili nelle mitologie del mondo che quelle femminili. 
Così come le divinità femminili solari sono altrettanto diffuse e copiose. Da nord a sud, da est a ovest. 
Non è certo solo accoglimento, ricordiamo Kali, nel suo meraviglioso, necessario e attivo ruolo distruttore. Basterebbe lei da sola a distruggere in un nano secondo tutti i persistenti stereotipi di cosa sarebbe il sacro femminino. Lei, attiva, distruttrice, accogliente manco a pregarla in turco (o in sanscrito, per stare in tema).
"Dea" non è solo la madre accogliente, sebbene possa anche avere questo aspetto (sottolineo ANCHE e non SOLO). 


Questi movimenti sposano forse acriticamente il pensiero duale oppositivo applicandolo al sacrosanto bisogno di rinarrare il sacro femminile. Ma così torniamo esattamente nel punto di partenza. 

Il bisogno è lecito, la ricerca ha forse troppa fretta di arrivare a un'ultima parola. Che non ho io e non avrà la nostra generazione e che forse non esiste, perché la Creazione è sempre in divenire.  
La ri-narrazione non può compiersi all'interno del medesimo pensiero patriarcale -o, per chi non ama questa parola, pensiero della "dominanza"- che ha smembrato e distrutto la stessa Dea. 
Non possiamo assumere gli archetipi di divino femminile (uso di proposito la parola "divino" che non è sinonimo di "sacro") così come sono arrivati fino ad oggi senza un lavoro di rilettura. E la rilettura deve NECESSARIAMENTE fare lo sforzo di staccarsi dal tipo di pensiero che ha incatenato la Dea, smembrata in mille pezzi, e ciascuno di questi pezzi a sua volta narrato in modo da adeguarsi alla cultura di riferimento.
No! Non basta nemmeno fare la somma degli archetipi di dee arrivati a noi per riformare l'antica Grande Madre.  
Quegli archetipi così come sono riproducono la medesima realtà che ci ha portato in queste condizioni.
Non possiamo ri-narrare nulla se non usciamo dalla logica duale oppositiva, o quantomeno, occorre cominciare a rendersi conto che questo pensiero luna VS sole, accogliere VS dare, attivo VS passivo eccetera non è l'unico possibile.

Amaterasu, Dea Sole 
Tutto l'universo è espansione e contrazione, creazione e distruzione, come un eterno respiro, inspiro e espiro. Luce e buio danzano, danzano in un movimento e nel suo contrario, tutto necessario al progredire dell'esistenza.
Non ha senso definire in queste copie un "buono" e un "cattivo", nemmeno un "meglio" e un "peggio".
Non ha senso attribuire un genere a una o l'altra forza come se non appartenessero non solo all'intero genere umano, ma a ogni creatura di qualsiasi regno essa sia. 
E' solo da un momento in poi della storia del pensiero umano che anche lo yin e yang sono stati abbinati a femminile e maschile (fonte: leggi Luciana Percovich, "Colei che da la vita colei che da la forma" per argomento in dettaglio).
Prima ogni essere rifletteva l'universo nella sua complessità. Senza bisogno di tagliare e etichettare con così tanta rigidezza.
Come altre volte scritto in questo blog (es. Chi ha paura della Dea Madre? o Se il femminile è anche sole e il maschile anche lunail triangolo, il numero tre, arcaica simbologia all'origine della trinità) questo significa che luna/sole, attivo/passivo, ecc. non possono essere appannaggio di un solo genere a scapito dell'altro. 
Esiste un femminile solare, che agisce, che distrugge, che decide attivamente di non accogliere ma di tagliare, eliminare, censurare. Esiste pure un maschile lunare, introverso, che crea e accoglie. 
Perché queste qualità sono di tutte e tutti, sono danza dell'esistenza. Sono strumenti del dispiegarsi della vita. 
E solo quando capiremo questo possiamo finalmente avere uno sguardo più limpido su cosa può essere il luogo della differenza tra femminile e maschile.
Ma io rinuncio a cercare la differenza nella mutilazione. Possiamo danzare nelle nostre diversità anche imparando a vederci come intere e interi. 
Siamo esseri completi. Accettandolo troveremo i tesori che cerchiamo.
Rifiutiamolo e tutto sarà uguale a prima.
Non abbiamo bisogno di una nuova religione che ricalchi quelle che già conosciamo. Non vi pare?


Ancora sulla ri-narrazione della maternità: Maternità e donne tra vecchi e nuovi significati

venerdì 15 settembre 2017

"Conoscere e Vivere la Ruota dell'Anno", Trento


Conoscere e Vivere la Ruota dell’Anno


Per.corso teorico e esperienziale di avvicinamento allo strumento della Ruota dell’anno
 secondo ispirazione del Tempio della Dea di Glastonbury. *


La Ruota dell’Anno è molto più di un calendario che segna il passaggio delle stagioni; è metafora dell’intera esistenza, è una bussola che guida al riconoscimento di e al ri-allineamento con una sacralità dimenticata: quella che è nei nostri corpi, nelle nostre idee, nelle nostre esperienze, nelle nostre azioni, nella fantastica natura in cui viviamo, nel nostro essere parte dell’Universo. Qui. Ora.

Il per.corso è composto di 8 incontri in un anno, in prossimità di 8 antiche feste sacre i cui echi sono giunti attraverso il tempo fino ad oggi. Ciascun incontro sarà dedicato a un aspetto della Grande Madre nella sequenza in cui è celebrata a Glastonbury/Avalon: inizieremo a conoscere come la sua energia può essere sperimentata nella vita e nella quotidianità, da ciascuno di noi, senza “intermediari”.

Il per.corso è aperto a donne e uomini.




Quando:
1. Domenica 12 novembre 2017: L'oscurità, Ognissanti. Introduzione sugli aspetti generali della Ruota dell’Anno e aspetto archetipico della Vecchia o Crona, Signora della Morte, Rigenerazione e Rinascita.
2. Domenica 17 dicembre 2017: La calma, Solstizio d'Inverno. Dedicato alla Signora dell’elemento Aria.
3. Domenica 4 febbraio 2018: Il risveglio, Candelora. Dedicato all’aspetto archetipico della Bambina/Fanciulla.
4. Domenica 25 marzo 2018: La Rinascita, Equinozio di Primavera. Dedicato alla Signora dell’elemento Fuoco.
5. Domenica 6 maggio 2018: La Fioritura, Calendimaggio. Dedicato all’aspetto archetipico dell’Amante.
6. Domenica 24 giugno 2018: La Pienezza, Solstizio d'Estate. Dedicato alla Signora dell’elemento Acqua.
7. Domenica 22 luglio 2018: L'Abbondanza. Dedicato all’aspetto archetipico della Madre.
8. Sabato/Domenica 22/23 settembre o 29/30 settembre 2018 (data da confermare): La Manifestazione, Equinozio d'Autunno. Dedicato alla Signora dell’elemento Terra, e al Centro della Ruota, che rappresenta la totalità degli aspetti. La sera di sabato si svolgerà per coloro che lo desiderano una personale cerimonia di dedicazione alla Grande Madre.

Orari: dalle 10.00 alle 18.00 circa, piccola pausa pranzo nel mezzo
Date e orari possono subire alcune modifiche che verranno eventualmente comunicate

LE ISCRIZIONI SONO OBBLIGATORIE ENTRO VENERDÌ 13 OTTOBRE 2017 (email ghiandavalon@gmail.com)

Il percorso partirà con un numero minimo di 5 iscritte/i. 20 posti disponibili.

Dove: 
incontri 1, 2, 3, 4 presso associazione “I Guardiani della Terra”, via Grazioli 63, Trento
Gli incontri 5, 6, 7 saranno possibilmente svolti all’aperto, sul territorio, tra le provincie di TN, BZ e BL. 
L’ultimo incontro e la cerimonia di dedicazione si svolgeranno presso la malga “Monte San Pietro” di Pietralba (BZ), dove è possibile pernottare e pranzare/cenare a tariffa molto contenuta.

Come:
Il per.corso richiede impegno e costanza. Ci saranno momenti di studio individuale (preparatori agli incontri), momenti di confronto e scambio, momenti di attività esperienziali, momenti di celebrazione. Impareremo a lavorare in cerchio, creeremo oggetti sacri, suoneremo, canteremo, viaggeremo in meditazione, danzeremo, condivideremo risate e lacrime, biscotti e tisane. 

Ri-membreremo e ri-celebreremo alcuni archetipi del Sacro Femminile, ricercandone le origini pre-patriarcali; noteremo quali nomi sono stati associati a questi archetipi, riferendoci sia alla Ruota di Brigit-Ana (utilizzata presso il Tempio della Dea di Glastonbury) sia alle Dee e agli aspetti della Grande Madre che sono rilevabili nelle leggende del nostro territorio (Ruota delle Dolomiti). 
La frequenza è da ritenersi obbligatoria; è richiesta la presenza agli incontri indicati in quanto il corso si sviluppa secondo un andamento progressivo, perdere una lezione significa perdere una parte integrante dell’insieme e la presenza è propedeutica anche alla creazione di un gruppo di lavoro e a una piccola comunità di supporto.
Il per.corso prevede una sorta di “compiti per casa”, più che altro stimoli tramite i quali si incoraggia chi partecipa ad applicare/confrontare quanto si apprende nella/con la vita quotidiana e con la propria esperienza affinché l'approccio sia davvero personalizzato. Le esercitazioni saranno inviate via e-mail e sarà richiesto il completamento delle stesse prima di ogni incontro. 

Con cosa: 
-E’ previsto lo studio di un testo di Kathy Jones, fondatrice del Tempio di Glastonbury (costo e reperimento a carico del partecipante): “Sacerdotessa di Avalon, Sacerdotessa della Dea”, Ester Edizioni.
-Dispense, articoli o altro materiale teorico sarà messo a disposizione della facilitatrice.
-Sarà fornita breve lista di “testi consigliati”.
-Materiale di massima per attività creative, occorrente per le celebrazioni, e varie attività, a cura della facilitatrice.
-Indicazioni su oggetti a tema o materiale che i partecipanti dovranno portare, saranno fornite di volta in volta prima degli incontri.

IL PER.CORSO E' RICONOSCIUTO DALLA COMUNITÀ' INTERNAZIONALE FORMATASI ATTORNO AL GLASTONBURY GODDESS TEMPLE. Tutte/i le/i dedicate/i che concludono positivamente il per.corso e decidono di dedicarsi alla Grande Madre sono riconosciute/i come membri della comunità internazionale allargata, con la possibilità di accedere alla giornata speciale organizzata a Glastonbury una volta l'anno per incontrarsi e confrontarsi.

Costi:
Un piccolo preambolo: nel nostro paese c’è molta resistenza rispetto alla possibilità che un per.corso che si presenta legato a qualche forma di spiritualità, possa prevedere dei costi a carico dei partecipanti.
E’ però importante tenere conto che ci sono dei costi di organizzazione, a volte anche importanti (affitto della sala, trasporti, acquisto materiali per attività, acquisto materiali per le celebrazioni, cibo e bevande messe a disposizione, volantini, tempo di progettazione, ecc..).
In un mondo che domanda di essere pagato in denaro, non è possibile proporre “gratuità” senza che qualcuno (l’organizzazione) ne perda.
Inoltre, come Associazione di Promozione Sociale “Tempio della Grande Madre", i corsi e per.corsi rappresentano il nostro modo principale per sostenerci: il denaro ricavato verrà reinvestito in nuovi progetti connessi con gli scopi associativi. Il nostro obiettivo più grande, è pervenire a una sede stabile da adibire a moderno Tempio della Grande Madre ove custodire la  Fiamma della Grande Madre delle Dolomiti, riaccesa il 20 settembre 2015. Partecipando ci aiutate a realizzare i nostri sogni.

Il per.corso costa 400 € per 8 incontri COMPRESO il  costo della tessera associativa annuale (che comprende copertura assicurativa R.C. e infortuni).
Sono esclulsi il costo del testo di Kathy Jones, le spese extra (pranzi all’esterno, eventuali pernottamenti), il materiale da portare (per esempio: oggetti da cercare nella natura, pezzi di stoffa, pennelli, nastrini…).

Metodi di pagamento:
Caparra non rimborsabile di 100 Euro entro il termine iscrizioni (venerdì 13 ottobre 2017), saldo entro il 17 dicembre 2017.

Gli estremi per la caparra sono comunicati privatamente, alla compilazione del modulo di iscrizione che verrà inviato via email.

Abbandonare il per.corso:
Occasionalmente accade che un/a partecipante decida di lasciare il per.corso per motivi personali.
Coloro che lasciano il per.corso entro il terzo incontro (escluso), riceveranno un rimborso così calcolato: tariffa intera meno la caparra meno il prezzo degli incontri effettuati (40 euro per giornata di incontro).
Non ci sono rimborsi per gli abbandoni dal terzo incontro.

Se il per.corso è cancellato da parte dell’organizzazione prima del suo inizio, la caparra è sempre rimborsata. Se l’organizzazione è costretta a sospendere il per.corso dopo il suo inizio, sarà rimborsato l’intero costo meno gli incontri già svolti e il costo della tessera associativa (15€).
Non saranno rimborsati i costi (quantificati in 40 euro) degli incontri effettivamente effettuati, anche in caso di assenza del partecipante.

Dopo l'anno: al termine del per.corso la studentessa/studente potrà decidere se fermarsi o proseguire nelle spirali integrative che si addentrano nel ruolo di moderna sacerdotessa della Grande Madre. 

Nota: il percorso proposto non intende sostituirsi alla Prima Spirale della scuola del Tempio di Glastonbury, ne è una versione adattata al nostro contesto territoriale.
  
Facilitatrice: Laura Ghianda, madre, Sacerdotessa di Avalon e Sacerdotessa della Dea formata presso il Tempio della Dea di Glastonbury, ricercatrice indipendente sui temi della Grande Dea e del sacro femminino. Artista poliedrica, è laureata in Scienze dell’Educazione, ed è educatrice professionale. Co-fondatrice della Associazione di Promozione Sociale “Tempio della Grande Madre” e del cerchio di “Avalon Italia”, è promottrice del progetto “Fiamma della Grande Madre delle Dolomiti”. Attualmente sta concludendo un percorso biennale di formazione come Sacerdotessa della Sessualità Sacra con Katinka Soetens.
Si occupa di spiritualità e montagna.


*Il Tempio della Dea di Glastonbury: inaugurato nel 2002, è il primo tempio dedicato a una Dea indigena a esser stato ufficialmente riconosciuto come pubblico luogo di culto da un governo occidentale… almeno da un paio di migliaia di anni! Dal 2014 i matrimoni in esso celebrati hanno anche valore legale. Oggi il Tempio è considerato un punto di riferimento per i ricercatori della Dea di tutto il mondo, e organizza una scuola che prepara sia donne che uomini al cammino del sacerdozio. Particolarità dell’approccio spirituale proposto, è la dichiarata non dogmaticità degli insegnamenti e la non gerarchizzazione dell’organizzazione. (www.goddesstemple.co.uk)
Sull’esempio di Glastonbury, altri Templi della Dea sono recentemente stati aperti in vari stati (USA, Australia, Belgio, Olanda, Ungheria, Spagna, Svezia, Italia..)
Glastonbury è anche sede dell’annuale Goddess Conference (Conferenza della Dea), solitamente in programma l’ultima settimana di luglio o la prima di agosto, evento ricco di stimoli e opportunità che raduna partecipanti da tutti i continenti. (www.goddessconference.com)


Percorsi analoghi in Italia: Anna Bordin a Venezia http://www.argiope.it/wordpress/ 
Sarah Perini a Torino (percorsi residenziali e online) http://tempiodelladea.org/
Maya Vassallo con il percorso Sacerdote/ssa del mare, Sacerdote/ssa di Afrodite, nella costiera amalfitana/ Roma www.tempiodellagrandedea.com

La comunità italiana che si riconosce nel metodo e nell'approccio del Glastonbury Goddess Temple si riunisce con il nome di "Bosco della Dea". Vi hanno accesso tutte/i coloro che completano il per.corso fino alla dedicazione e che concordano con il codice di condotta.

giovedì 7 settembre 2017

Pensieri di una sacerdotessa moderna -1° parte

Riflessioni per un ruolo che funzioni nella nostra epoca, coi problemi e bisogni di oggi.

Questo che mi accingo a scrivere è certamente il seguito del mio post piuttosto conosciuto "Sacerdotessa? ma cosa vuol dire?" che, per chi non lo conoscesse, è linkato qui.
Specifico che quanto segue si riferisce alla tradizione che ho fatto mia, quella nata con il Glastonbury Goddess Temple di certo senza pretesa di parlare per le sacerdotesse di altre tradizioni.

Sono passati ancora anni da quel post. Ad oggi mi sento di confermarne il contenuto e allo stesso tempo ho avuto modo, attraverso esperienze, progetti, incontri e scontri, di allargare molte maglie e approfondire ulteriormente il tema del senso del chiamarsi sacerdotessa oggi, in questo mondo, senza giocare alla rievocazione storica intendo. 

E sta volta provo a farlo per temi, solo alcuni dei tanti.

Un nome altisonante? Modelli gerarchici e modelli circolari
"Sacerdotessa" -  [dal lat. sacerdos -otis, comp. di sacer «sacro» e della radice *dhe- di facĕre «fare»] - fonte Treccani
significa né più né meno che "fare sacro". Colei (o colui, uso il femminile che comprende anche il nome maschile secondo lo stile inglese "sacerdoteSSA", "PRIESTess") che fa sacro.
Non potrei trovare una definizione migliore di quella presentata dall'etimo, il fare sacro!
FINALMENTE! Un sacro che è nel fare, nell'agire, nel movimento.
Faccio sacro. Nulla di strano!

Eppure ancora mi si dice essere un nome "altisonante". 
Non è il nome in sé a esserlo. Direste a un sacerdote cattolico che il suo nome "sacerdote" è "altisonante"? 
A stridere ancora è l'immagine. Un po' come con "sindaca, assessora, ministra", il problema è che la nostra cultura non ha attualmente immagini riconosciute che corrispondano a questa parola. E quelle presenti nell'immaginario attingono nemmeno a un passato storico ma a un corpus di credenze, film, libri, storie che in comune hanno spesso un modello di organizzazione spirituale che non è certo quello a cui la mia tradizione aspira (anche in "le nebbie di Avalon"... diciamolo, io amo quel libro ma non ricalcherei mai l'organizzazione descritta da Marion Zimmer Bradley!).


Farò un giro larghissimo, ma voglio proprio spiegarla questa cosa.
Un signore che commenta spesso la nostra pagina Dea nelle Dolomiti - I volti della Grande Madre ci tiene un sacco a dire come per lui le gerarchie siano sempre esistite perché per lui l'universo stesso è gerarchia. Lo stesso concetto di "ordine", mi pare di capire, per lui non può esistere senza gerarchia.
Beh, il mio (e non solo mio ma sapete la mia prudenza nell'usare il "noi", sempre ambiguo e pericoloso...) concetto di universo e la stessa percezione che ne ho se ne distacca molto.
La gerarchia necessita di separazione. 
Il modello che io afferro è più... fatto di cerchi concentrici. Ed è affatto privo di ordine!
Ebbi questa immagine in una potente meditazione in montagna, nella natura.
Ogni cosa è parte di una cosa più grande e al contempo è ad essa compartecipe. Il fiore e il suo spirito non è separato dalla montagna in cui cresce e dal suo spirito. La montagna e il suo spirito (fatto da miriadi di spiriti e al contempo Uno) non è separato dalla "regione" in cui si colloca. La stessa regione con il suo spirito (fatto di miriadi di spiriti e al contempo Uno) non è separata da... per brevità facciamo il pianeta Terra. La quale Terra con il suo spirito non è separata dallo spirito dell'intera galassia. Eccetera fino a comprendere la totalità dell'universo.
Sappiate che ho semplificato per farla breve.


L'essere umano può scegliere. Dove si vuol collocare? Il pensiero delle gerarchie è un pensiero che necessita di separare. Ordina per importanza, classifica. Spesso usa il pensiero duale oppositivo che per me invece è la causa di molti nostri guai.
L'umano può sentirsi come privilegiato, separato (natura VS cultura), padrone... e infatti, sposare questo pensiero spesso significa percepirsi come "signori e padroni" (della natura, degli elementi ecc.).

Oppure?
Ecco, ormai ho imparato che in qualsiasi tradizione è il modo in cui siamo a essere proiettato "nel cielo". Non il contrario. Se penso e sono in gerarchia, vedo gerarchie nell'universo. Se penso e sono altro, vedo altro. Quasi sempre abbiamo trovato nell'universo la giustificazione del potere che ci siamo presi sulla terra... Fingendo che fosse volere dell'universo stesso (Dio, o chi per esso...). 
Ecco perchè i miti cosmogonici piuttosto che essere "uniche verità scese dagli dei (ironia mode on -sempre in alto gli dei, mi raccomando... -ironia mode off)" rivelano moltissimo del pensiero e dei valori culturali della cultura che li ha prodotti. 
Ci saranno senz'altro tanti altri "oppure". Io vi smollo il mio.
Il mio "oppure" è che io, umana, sono dentro quei "cerchi" descritti sopra. Io sono parte dello spirito e della materia della montagna in cui vivo, che mi ha adottato e questa appartenenza ora la sento fortissima. Sono parte dello spirito e della materia della Terra, del sistema solare, della galassia, dell'universo.
Ho il mio ruolo, ho dei doni. Ho la facoltà di agire, ma sempre meno sento separazione. E come tale agisco, analizzo, penso. Da questo punto di vista sono moltissime le cose che cambiano. L'intero impianto psicologico per come lo conosciamo può essere messo in discussione. 

Se non penso tramite il pensiero duale oppositivo, posso essere al contempo io-persona e parte di qualcosa più grande. Il pensiero duale oppositivo dice che "o sono io, o sono altro". Separa.


Lo stesso senso di "non separazione" vige all'interno della comunità umana che sento mia.
La stessa per la quale servo come sacerdotessa.
Non ho bisogno di un piedistallo, non ho bisogno di un "titolo" per sentirmi meglio. 
Perché sono solo una parte del mio cerchio. Porto i miei doni in favore di tutti, per il bene di tutti, per fare la mia sacra parte per un sacro mondo migliore. E in questo "tutti", attenzione a questo fondamentale passaggio, ci sono anche io. Non è che "o lo fai per gli altri" o "lo fai per te stessa".
Perché se non penso attraverso il principio di "separazione", io sono parte integrante di quel "tutti".
Farlo per tutti significa proprio tutti. Per me, per te, per la mia montagna, per la Terra, per l'universo. Perché chiara sento la rete di interconnessione di ogni cosa. 
E questo mi collega al punto successivo.

"Lo fai per il tuo ego."
Aaah l'Ego. 
Credo che nello sviluppo di forme di spiritualità alternative non siamo ancora riusciti a venirne a capo con la questione dell'ego, considerato il peggior nemico non solo dello spirituale, ma anche del materiale. 
Si dice questo, in società che... altro che egoiche, direi egoiste!
La mia riflessione è assolutamente controcorrente. Pronti? Via!
Perché mai l'ego dovrebbe essere un problema? Il problema semmai è il suo disequilibrio. Un ego smisurato o un ego disintegrato.
Non l'ego in quanto ego.
Quindi, faccio la sacerdotessa per il mio ego?
Assolutamente si.
Solo non come lo intenderebbero in molti.

Svelo l'arcano.
Sempre lui il colpevole: il pensiero duale oppositivo. 
La dicotomia sottintesa, mai svelata e quindi mai messa in discussione, è "io Vs altro": o sono io, o sono gli altri. O lo faccio per me, o lo faccio per gli altri.
Questo attinge a tutti quei modelli in cui si punta all'abnegazione di sé. Il sacrificio. L'umiliazione. Il nascondersi, ancora un po' troppo esaltato negli ambienti femminili. E' la madre cristiana, meglio, direi la madre patriarcale che fa all'oscuro, nascosta, senza farsi vedere, con umiltà, senza pretendere visibilità, con lo sguardo basso, il ruolo che le viene attribuito. Nell'ombra. Per gli altri.
Ci abbiamo fondato il mondo di storie, sacre o meno, sul sacrificio. 
La questione è complessa e perdonate se non mi dilungo ulteriormente.
Sfugge una cosa importante. L'abnegazione, intesa come negazione della propria persona con bisogni, desideri, necessità, opinioni eccetera, non è mai una condizione desiderabile nell'approccio che seguo, quello del "Madremondo".
Non è negando o persino odiando se stessi che si può amare gli, altri tutt'altro.
Sono proprio queste le forme che necessitano di controllo gerarchico. Perché sono le forme nelle quali si toglie il potere delle persone, si neutralizza il luogo dove sta la loro divinità per come la vedo io, che è il luogo dell'espressione di sé come compartecipazione alla Creazione.
Ma l'amore, l'amore che in tanti dicono essere la chiave di tutto (e concordo) parte proprio da noi. 
C'è un' ENORME differenza tra egoismo e amor proprio.
Amarsi è la base. 
Non ti ami? Fermati, comprendi le tue ferite, inizia ad accettarti e continua a imparare ad amarti per tutta la vita.
E sarai in grado di dare agli altri proporzionalmente per come ti amerai.

Idem con l'ego. 
L'egoismo non è che la ferita dell'ego. Non l'ego stesso. 
Abbiamo tutti e tutte, nessuno escluso, bisogni sociali in quanto specie umana sapiens sapiens. Biologia pura e semplice.
Tradotto, abbiamo tutti bisogno di riconoscimento, di essere visti dagli altri, di esser considerati per il nostro valore e per la nostra unicità.
La distorsione è cercare soddisfacimento di questi bisogni a scapito degli altri (ecco la presunta sacerdotessa che si innalza, che tratta la gente come sottoposti, che cerca di essere speciale in contrasto con gente che considera "comune" ecc). Ma altrettanto distorsione è fingere che la soluzione per essere visti sia l'annullamento di sé o peggio ancora fingere che questi bisogni non esistano.
Non serve. Non è utile a nessuno. 
Ecco allora che quando mi si è chiarito questo (passando per entrambe le distorsioni, si, non nel campo spirituale, ma nella vita di sicuro) ho scelto.
Ho scelto che il mio portare doni del mondo servisse quel "tutti" a cui mi riferivo, nel quale sono compresa io. Ho iniziato a cercare la bellezza anche in me, e solo allora ho iniziato a vederla sul serio negli altri. Ho accettato i miei bisogni di essere vista, e così facendo, con il mio essere, posso aiutare anche gli altri a darsi il permesso di cercare di splendere. 
Perché amiche e amici, il cielo è meraviglioso quando ha miliardi di stelle che brillano, non quando ne splende una soltanto. 
Si, sapere di fare questo "mestiere" così difficile nel mondo mi fa stare bene.
E questo va benissimo. Perché in un colpo solo collego il benessere mio, quello delle persone per cui lavoro, quelle del mondo di cui faccio parte pianeta compreso.
Abbiamo sacralizzato il dolore. Per cui pensiamo che per essere "santi" occorra quasi stare male e fare le cose con fatica. 
Madremondo sacralizza il piacere. Quello in cui possiamo stare bene tutti. Perché ci amiamo.

Tutto facile? Cuoricini arcobaleni e spruzzatine di glitters?
Manco per idea. 
Le emozioni che provo sono spesso paura, timidezza, senso di inadeguatezza, frustrazione anche rabbia. 
Perché sono umana, cresciuta nella stessa vostra cultura, con ferite analoghe alle vostre.
E anche questo mi collega al punto successivo (poi per oggi basta).


"E tu saresti una sacerdotessa?"
La paura. 
Quella cosa che quando parlo in pubblico o mi accingo a guidare una cerimonia mi attiva la vocina che dice "e se dirai stronzate? e se nessuno capirà cosa dici? ma sarai in grado di farlo? e se ti impapini? e se ti blocchi? e se non offri una cosa di qualità?" eccetera.
La provo eccome. 
Ho imparato proprio come sacerdotessa che la paura ha un messaggio per te.
La ascolto e non la censuro. E spesso è lei a indicarmi la strada. 
Se il mio intento è forte, se il mio cuore è pulito, ho fiducia che agirò la Grande Madre. Andrò attraverso le mie paure. 
Si, le sacerdotesse in questa tradizione non hanno niente a che vedere con i miti dell'ascesi. Provano emozioni di tutti i tipi perché le emozioni sono emozioni. Non sono giuste o sbagliate, positive o negative.
A "noi" (sta volta passatemelo) piace godere dell'intelligenza del nostro corpo e della pienezza della vita.
Per trovare il coraggio serve la paura. Altrimenti è incoscienza. 
Poi mi viene un'ascella tanta, tremo, sudo eccetera. Ma ci sono lo stesso.

La rabbia.
UUUuuuuuh la rabbia.
Ecco da dove viene il titolo del capoverso. 
Abbiamo un modello di sacro (culturalmente parlando) trascendente e ascetico. 
Qui di nuovo la brutta bestia del pensiero duale - oppositivo. La dicotomia da svelare qui è proprio "spirito VS materia". Le passioni, quindi le emozioni, i desideri, eccetera sono considerati "robetta materiale", e la materia (bassa) starebbe secondo questo pensiero in opposizione alle altezze dello spirito, al distacco terreno e tutta quella roba lì.
Ecco che colei o colui che ha a che fare col sacro sarebbe una specie di manichino amorfo senza passioni che non si arrabbia mai per il suo sommo distacco dalle cose terrene.
Ecco, per carità, se per uno funziona faccia pure.

Ma non è questo l'unico modello di spiritualità possibile e di certo non è il mio.
Anche qui ci sono le relative distorsioni. Scusate se lo dico ma per me il rifiuto dell'intelligenza del corpo, della materia, della terra e delle emozioni è distorsione. Nell'altro senso la distorsione è rimanere in perenne balia delle emozioni, che presuppone non saperne capire origine e quindi direzione.
Lo dico sempre. Io non sono lunare. Smettiamola di dire che il femminile è solo lunare (concetto che sottintende un'altra dicotomia da svelare, ne parlo qui e anche qui). Ogni essere umano è sole e luna, chi più l'uno chi più l'altra, chi a volte l'uno a volte l'altra a volte insieme. Non c'entra il maschile e il femminile, questa della luna femminile e il sole maschile è un'attribuzione che viene dal pensiero delle divisioni. Non è sempre stato così (nelle Dolomiti le leggende parlano persino al contrario! Tante dee sole e un dio "luno") e non è così nemmeno da tutte le parti del mondo.
Io sono assolutamente 80% sole e 20% luna.
Il mio sole mi rende appassionata. Puro e femminilissimo sole e fuoco.
E specie in pre-mestruale, mi arrabbio. Mi arrabbio eccome!

Quanta paura abbiamo della rabbia. Ancora di più ne abbiamo della rabbia delle donne e io sono una donna.
Appassionata lo sono sempre, 24/7. Qualche volta come tutti mi arrabbio. Un paio di volte l'anno sfurio pure! 
Questo per molti dovrebbe togliermi il diritto di chiamarmi sacerdotessa. 
La rabbia per molti "non è spirituale"! Come se la spiritualità fosse, peraltro, uno status statico e non piuttosto un percorso di vita!
Ho letto post persino che dicono che quando uno si arrabbia in realtà è perché ha problemi non risolti eccetera. Mentre lo leggevo mi veniva in mente la faccia del Dalai Lama che candidamente, dinanzi ai miei occhi e alle mie orecchie, raccontava divertito di come anche lui si arrabbiasse con tanto di aneddoto.

Bene, portiamo il sacro nella vita. Le sacerdotesse si possono arrabbiare (si arrabbiò pure Gesù a dirla tutta). La rabbia fa parte della natura umana e non è giusta o sbagliata. Semplicemente è rabbia. 
Un modello di sacro che non è per forza solo trascendente abbraccia tutti gli strumenti della natura umana. 
Un attimo, quello che dico non mi autorizza a usare una rabbia cieca che distrugge tutto e tutti e nemmeno a inventarmi nemici, creare odio eccetera. Questa appena descritta è la distorsione della rabbia, non la rabbia in sé. L'altro capo della distorsione è la repressione, ahimè molto praticata e confusa con "illuminazione". La repressione delle emozioni sfocia spesso in brutte bestie. Ricordiamolo.
La mia rabbia ha spesso messaggi per me. Mostra molto della mia passione, della mia vitalità, del senso di giustizia che provo. Mostra i miei bisogni, i miei confini, e ogni volta che "sfurio" è un'occasione per conoscermi. Per crescere. Per imparare.
La rabbia è un moto di anima che chiede di essere visto. Ogni qual volta provano ad "aggiustarmi" censurando la mia rabbia mi arrabbio anche di più. La rabbia di chiunque va vista. La rabbia chiede quasi sempre "dignità", quando non è nella distorsione.
Certo, per chi sta davanti alla mia sfuriata non è certo l'esperienza più piacevole. Di solito è sempre possibile farci una risata assieme. Solo dopo però, durante diventerei un t-rex!
Quando penso alle cose che mi mostra la rabbia, mi sento ancora più motivata a mettere questa energia vitale per fare cose utili. Per attivismo.
Agisco il mio sole d'azione. Tra cui il mio essere sacerdotessa. Onore anche alla mia rabbia.

E per oggi chiudo il cerchio.

Alla prossima! 







mercoledì 30 agosto 2017

Il richiamo della Montagna


Il richiamo della montagna ti afferra le viscere. E' lo stesso tuffo al cuore che ti provoca l'amore. 
Il richiamo della montagna arriva con dita fatte di vento, che si appoggiano sul tuo viso regalandoti il suo profumo. Arrivano le note delle erbe selvatiche e dei fiori di campo; gli aromatici larici e l'umida terra. Anche le rocce hanno un profumo, per coloro che credono di poterle annusare. Gli odori sono come amanti che penetrano nel tuo corpo scatenando ricordi, nostalgie, desideri.
Ed esplode il piacere.


Il richiamo della montagna è voce di irresistibili sirene. Canti di eternità, suggestioni e promesse. Dolce è il loro rapirti, conducendoti alla morte dell'ego come unica soglia verso un viaggio che solo poche/i possono intraprendere. Coloro che hanno il coraggio di guardare alla loro vera natura: specchio della piccolezza umana nell'universo. 


Il richiamo della montagna chiede di permetterti le emozioni più crude. Umana e animale divento, amo, godo, estasi, brividi, successo. Ho paura, mi deludo, rinuncia, fatica. Luce e ombra danzano in Madre Montagna, luce e ombra danzano in me mostrando che tutto è Uno e nulla è davvero separabile.


Il richiamo della montagna chiede fiducia. La dimora del drago custodisce preziosi tesori, per coloro che osano guardare nelle profondità dei suoi occhi. Piccoli sono i fiori in quota, indicano dove trovare bellezza e felicità. Nessun tesoro profondo per chi vuol conquistare invece che onorare; sottomettere invece che amare; comandare invece che imparare a essere alleata/o.


Il richiamo della montagna accende la mente di immagini sempre diverse. Manca la parola per descrivere la diversa qualità di ogni luogo che lei offre. Vorrei essere accolta dalla solennità dei boschi di conifere, ascoltare i canti delle anguane nelle fonti, abbracciare la saggezza delle rocce, danzare con gli spiriti del vento in cima alla cresta dove solo qualche arbusto s'attarda a restare. Lasciare all'aria i pesi della valle mentre bacio le invisibili impalpabili creature che lassù vivono. E mi lascio  da loro baciare. Accarezzare. Scuotere. Spostare. Spaventare. Ripulire. Pettinare. Raffreddare. Riscaldare. Avvolgere. Far danzare. Calmare. Innervosire. Rinsecchire. Nutrire.


Il richiamo della montagna ti invoglia a guardare oltre le apparenze. Ciò che appare diviso è in realtà unito in una danza. Il sopra e il sotto, il cielo e la terra, la destra e la sinistra. Se il tuo cuore è diviso vedrai separatezza. Ma è nell'unione che si cela l'estasi. Ed è allora che puoi espanderti. Sotto, sopra, in tutte le direzioni. Diventi terra e radici, diventi roccia e neve, diventi nuvole e vento; diventi alberi e fiori, diventi capra e falco, diventi formica e moscerino; diventi aghi di abete, diventi acqua di lago, diventi pietra. Rana di stagno, timorosa marmotta, canto di uccello, fruscio di rami, scorrere di sorgente, belare di pecora, freschezza di fonte, intensità del sole, odore di muschio, vescia che esplode, resina che cola, predatore che sbrana, spiga che danza...




E allora tu partecipi di Madre Montagna e Lei partecipa di te. Si fondono le essenze nell'Unità dell'intero universo. La vita, la morte, la rinascita. Non è che un lungo eterno presente. 


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Laura Ghianda, tramite l'associazione di promozione sociale "Tempio della Grande Madre", organizza passeggiate consapevoli per sperimentare un approccio spirituale alla montagna come luogo che riunisce le polarità e favorisce l'estasi.
Aggiornamenti alla pagina facebook "Dea nelle Dolomiti - I volti della Grande Madre"

mercoledì 28 dicembre 2016

OCEANIA recensita: natura-umanità, maschile-femminile - antichi simboli per nuove narrazioni

Attenzione, contiene spoiler!
Nota: la lettura che proponiamo si riferisce alla narrazione del film Disney e non alle leggende originali indigene.

Abbiamo dimenticato per cultura l’importanza delle narrazioni. Abbiamo creduto di poterle sostituire dalla razionalità ma questa sostituzione non è interamente possibile. Possiamo provare ad affiancare narrazione e razionalità. La narrazione manterrà sempre il suo fortissimo potere. La narrazione, come sapevano gli antichi, è magia. Le parole che narrano parlano direttamente al centro di noi stessi, arrivano alle nostre emozioni, plasmano le categorie con le quali guardiamo al mondo e, quindi, plasmano la nostra stessa realtà. 
Una differente narrazione può cambiare il mo(n)do, può cambiare noi stesse/i aprendoci nuovi orizzonti nella possibilità di essere, ecco perché ci investiamo così tanto.
Mentre dal piccolo della nostra associazione facciamo sforzi immensi per offrire altre narrazioni, su larga scala negli ultimi anni ci sta provando la Disney. Business o no, allo scopo ci riesce pure abbastanza bene. Dopo alcuni capolavori tipo Maleficent (recensita qui), Frozen, nonché Ribelle (recensito qui), è la volta di “Moana”, o meglio, “Oceania” dal momento che in Italia il nome originale (Moana in lingua maori e hawaiana significa “oceano”) è stato cambiato per il timore che le ricerche in google portassero dritte alla ormai nota pornostar scomparsa vent’anni fa.

Di narrazioni parliamo, e con una narrazione inizia anche il film.
 “In principio c’era solo l’oceano, finché non emerse l’isola Madre Te Fiti”.
Un mito cosmogonico, l’Origine, le acque primordiali e l’inizio della vita.
Ma il cuore di Te Fiti aveva un potere: il potere della creazione, che condivideva con tutto il mondo. 
E come ricorre nei miti cosmogonici di pressoché tutti i continenti, il potere di creazione della Grande Madre è guardato con invidia.
E come sovente ricorre, sempre nei suddetti miti cosmogonici, un personaggio di sesso maschile l’ha rubato per donarlo agli uomini. In questo caso Maui, un semidio armato di un gigante amo magico che gli consente di essere un mutaforma.
La frattura che troviamo anche in Malefica ha inizio: l’armonia viene spezzata, assieme all'alleanza umano-natura per brama di potere e desiderio di dominio, o di gloria. 
Senza più il cuore della Dea la natura inizia a marcire, il disequilibrio porta ovunque morte e desolazione e badate che volutamente non sto usando le categorie “bene-male”, ma “equilibrio-disequilibrio”. Con la fine dell’alleanza natura-umanità inizia anche la dicotomia “natura-cultura”, ancora oggi i due termini della coppia sono percepiti (perché cosi sono narrati) come opposti.
Dopo il furto, Maui viene inseguito dal demone della lava e della terra Te Ka, perde il suo amo, il cuore di Te Fiti e per mille anni viene confinato su di un’isola deserta.

Questo viene raccontato dalla madre del capo villaggio a una piccola Vaiana entusiasta.
La piccola è attratta dall’oceano e dall’avventura e, avvicinandosi a esso, accade una magia. L’acqua chiama la piccola attraverso una pista di splendide conchiglie e poi interagisce con lei, fino a portarle il perduto cuore di Te Fiti, una piccola pietra verde con l’incisione della doppia spirale.
Ma la magia s’interrompe bruscamente quando il padre, preoccupato per l’allontanamento della piccola, prende in braccio Vaiana e il cuore ritorna nell’oceano. Almeno finché non lo recupera nonna Tala, sedicente “pazza del villaggio”, in realtà molto molto moooltissimo di più.

Nonna Tala è un personaggio chiave. Incarna l’archetipo della Crona nel suo aspetto di "colei che ti riporta alla vera essenza di ciò che sei". Colei che chiede di ascoltare l'autentica e unica tua canzone dell'anima. Abbastanza anziana da infischiarsene del parere degli altri, passa lungo tempo a danzare in simbiosi con l’oceano e con le mante, suo animale totemico. Colei che il suo posto l’ha trovato eccome.
Vaiana sarà la futura capa del villaggio, e in lei è presente la scissione tra la consapevolezza dei propri doveri e il desiderio di trovare la sua natura e il suo destino. E sarà proprio la nonna a spingerla verso questa seconda direzione. La contraddizione, come spesso accade, e' solo apparente: vedremo che non potrà esserci una cosa senza l'altra.
L’occasione arriva quando anche sull’isola di Vaiana le piante cominciano a marcire e il pesce a scarseggiare. L’isola così tanto narrata e cantata come paradiso di abbondanza e armonia non è immune ai danni causati dall'antica frattura, dal furto del cuore di Te Fiti compiuto da Maui.
E così il richiamo dell’oceano si fa sentire. Vaiana propone di superare il reef, la barriera corallina, in cerca di nuovo pesce. Ma il padre glielo impedisce. Un vecchio tabù è stato imposto al fine di proteggere la gente del villaggio e la barriera corallina diventa il confine ultimo oltre il quale non ci si può spingere. Vaiana disobbedisce e di nascosto parte, ma oltre la barriera la forza del mare distrugge la sua barca mettendo la sua vita in pericolo.
Tornata sull’isola, Tala la nonna-Crona la riporta alla sua vera natura: dopo che la madre le ha raccontato la disavventura del padre in gioventù, che perse un amico nel tentativo di superare il reef, Tala la spinge a esplorare l’interno di una grotta (chiaro il simbolismo?) dove da un migliaio di anni sono nascoste le antiche imbarcazioni che gli antenati utilizzarono per navigare le isole del pacifico. Di più: Tala le racconta di essere stata presente il giorno che “l’oceano l’avrebbe scelta per riportare il cuore di Te Fiti al suo posto”.
All'interno della grotta Moana/Vaiana suonerà un antico tamburo che porterà le visioni degli antichi antenati navigatori, assieme ai fuochi si riaccende anche la sua passione. 
All'interno della grotta Vaiana trova la risposta che cercava.
Vaiana partirà. E la scelta ha il valore dell'iniziazione: anche quella femminile può partire da un dilemma, da una scelta, da un'azione attiva. E in tutto il viaggio che intraprenderà, parte della sua iniziazione, troverà ciò che le serve per essere una capa integra e completa.
Le iniziazioni sono sempre tappe verso il raggiungimento di un sé più completo.

Tala le spiega come ritrovare Maui, per spingerlo a riporre il cuore della Dea al suo posto e ripristinare così l'equilibrio.

E così Vaiana parte di nascosto dal suo villaggio, servendosi di una piccola imbarcazione reperita nella grotta, ritrovandosi a bordo il gallo più idiota della storia. E lo fa proprio il giorno della morte della nonnina, che da li in poi la seguirà in spirito.
Procede abbastanza bene fino a quando una tempesta rovescia l’imbarcazione e la spinge sulle rive di un’isola deserta: l’isola di Maui.
Il tentativo di ingaggiare Maui per ripristinare l’antica armonia fallisce miseramente con il semidio che rinchiude Vaiana in una grotta e tenta di fregarle la barca al fine di andare a riprendersi il suo amo magico, che è finito nella collezione di preziosi di Tamatoa, un immenso granchio dall'accento simile al piccolo Sebastian della sirenetta.
Vaiana però, agile come uno scoiattolo, riesce a trovare una via di fuga e, aiutata dall'oceano, raggiunge l’imbarcazione di Maui, il quale è restio anche solo ad avvicinarsi al cuore della Dea, che crede essere portatore di una maledizione. Di fatti, da lì a poco compaiono i Kakamora, terribili quanto coccolosi mini piratini vestiti da noci di cocco che desiderano impossessarsi della pietra e del suo potere. 
Maui e Vaiana la scampano in modo rocambolesco e anche piuttosto buffo, e Maui  accetta la missione, ma perché Vaiana ha colto nel segno: la possibilità della vera gloria. Maui infatti fino a quel momento non sapeva che non è affatto considerato l’eroe che crede di essere. E l’attenzione degli uomini è quanto più gli interessa nella sua esistenza. 
La condizione però è di recuperare l’amo magico da Tamatoa.

Tamatoa sta nel regno dei mostri selvaggi, un’affascinante versione del mondo di sotto adatto al continente oceania. L’ingresso è su un’alta roccia vulcanica attraverso un lungo salto nel vuoto.
Se fino ad adesso Vaiana è trattata da Maui con aria di sufficienza, è qui che inizia anche la collaborazione tra i due grazie alla quale l’amo è recuperato: lui ha bisogno di lei, deve imparare a guardarla con altri occhi. 
La navigazione può riprendere alla volta di Te Fiti. Ora è lei che ha bisogno di lui: Maui insegna a Vaiana l’arte di navigare usando le stelle. 
Qui la ragazza gli pone domande rispetto alla sua nascita. Lui inizialmente non ne vuole parlare ma poi racconta di essere nato da genitori umani e subito abbandonato dalla madre che l’ha gettato in mare. La scena è ritratta in uno dei tatuaggi che lui tiene ben nascosto sotto i capelli. Solo dopo sarebbe stato soccorso e allevato dagli dei, i quali gli hanno donato l’amo magico.
La ferita da abbandono è il motore di Maui: ogni sua gesta, ogni suo tentativo di passare da eroe finanche il furto del cuore di Te Fiti era spinta dal suo bisogno di essere amato dagli stessi uomini che l’hanno abbandonato. Una tirata d'orecchi al mito dell'eroe spietato: si smette di giustificare ogni sopruso come atto eroico e si comincia a volgere lo sguardo verso l'interno. Anche gli eroi sono umani, anche gli eroi hanno sentimenti, dolore e una psiche come la nostra. Maui ha rubato il cuore della Grande Madre, lo stesso cuore che la madre biologica non gli ha donato. Lo schema si replica assieme al perpetuarsi della ferita.

Arrivati presso Te Fiti incontrano il demone del fuoco e della terra Te Ka che non da loro tregua. L’amo di Maui subisce un colpo che lo danneggia seriamente e i due litigano: Maui accusa Vaiana per aver tentato una manovra azzardata e mette in discussione il suo essere stata scelta dall’oceano. Vaiana viene così abbandonata dal suo compagno e implora l’oceano di scegliere un’altra persona per portare a termine la missione. Il cuore di Te Fiti torna sul fondale.
Agisce di nuovo la crona, che arriva in soccorso:è lo spirito di nonna Tala, nella forma di una luminosa manta, assieme agli antenati di Vaiana, che incoraggiano la ragazza a seguire il suo cuore. Lei prende coraggio, recupera la pietra e riesce a ingannare Te Ka, ma non per molto.
E’ Maui a tornare in soccorso, pentito di averla abbandonata, e con un ultimo colpo arresta la furia di Te Ka ma ne va del suo amo, definitivamente rotto.
Vaiana però si accorge che Te Fiti nella forma di isola non c’è più, comprendendo che la Dea si è tramutata nel demone lava una volta che le è stato sottratto il cuore. 
Di nuovo, il tema dell’antica ferita. Come in Malefica, il disequilibrio ha inizio quando l’inseparabile viene separato, quando viene diviso ciò che in principio era unito. La Dea, da dispensatrice di vita, armonia e abbondanza, diviene puro concentrato di rabbia e distruzione.
Cantando, Vaiana chiede a Te Ka di ricordarsi chi è veramente, mentre chiede all'oceano di aprirsi per permettere alla lava di raggiungerla. Te Ka le permette di restituirle il cuore e la Dea Te Fiti riprende la sua spettacolare, magnifica, incantevole forma. La vita rinasce a poco a poco, nel suo naturale alternarsi di prosperità e morte. E io piango.
Ho amato molto ciò che accade ora: la Dea guarda Maui di storto, ma lui si scusa senza riserve e lei lo accoglie. Lui ha creato il pasticcio. Lui però ha contribuito al rimedio: è cambiato incontrando Vaiana e condividendo esperienze con lei. Lo ricompensa: con un nuovo amo magico, mentre Vaiana viene ricompensata con una nuova barca prima che la Dea torni nella sua forma di isola.
Il finale è una capa Vaiana che torna dal suo popolo, deposita una splendida conchiglia (simbolo della yoni in pressoché tutte le culture del mondo) come suo emblema al posto delle pietre piatte che tutti i suoi antenati capi posavano in pila a segno del proprio status, insegna a navigare alla sua gente che parte alla scoperta di nuove isole, accompagnati dallo spirito della manta-nonna e da Maui sotto forma di falco.

Trovo splendida la possibilità di riscatto per il maschile patriarcale, che può avere riabilitazione e riconoscimento dopo la collaborazione maschile-femminile per riportare il cuore tolto alla Dea. Viene a cadere il mito dell’eroe che devasta, uccide, ruba e sottomette la natura in favore del mio caro concetto di “eroismo condiviso”, lui e lei che collaborano per salvaguardare l’equilibrio e le leggi della natura. Un doppio cambio: 1- dall'eroe singolo e maschile a un eroe multiplo nel numero e nel genere; 2- cambia ciò che viene definito “gesto eroico”: dalla sottomissione della natura all'alleanza con essa.
Occorre rinarrare anche un nuovo maschile.
Adoro questo lieto fine che non è il solito vomitevole matrimonio dei classici, ma una collaborazione per rinsaldare l’antica frattura. Umanità e natura tornano alleati, in questa alleanza si moltiplica l’abbondanza: esattamente come narrano gli antichi miti cosmogonici di tutti i continenti. I veri miti intendo, non quelli del film. 
Alleati tornano a essere anche maschile e femminile (senza bisogno di infilare la forma sociale del matrimonio!), finalmente sul medesimo piano e non in quell'asimmetria di ruoli di molte fiabe classiche in cui l’uno incarna in via esclusiva la polarità attiva e l’altra quella passiva. 
L'attivo e il passivo invece qui danzano, alternandosi in lui e in lei più volte in uno scambio proficuo ove entrambi ne escono vincitori e cambiati. Entrambi il risultato di una propria iniziazione.
E il cerchio si chiude, per iniziare un nuovo ciclo.

Danza dell'attivo/passivo: la nostra proposta, nell'uscire dal pensiero duale oppositivo che tutto separa in rigide coppie di opposti (per approfondire "se il femminile è anche Sole e il maschile anche Luna" oppure  "Chi ha paura della Dea Madre"), è quella di un essere umano completo di tutte queste polarità, che non necessitano di essere attribuite a un singolo genere: l'essere attivo non è "il nostro maschile", l'essere passivo non è "il nostro femminile", ad esempio. Esiste un attivo femminile quanto un passivo maschile. Ogni essere umano ha questi strumenti entrambi fondamentali, può godere della portata simbolica di queste categorie, e potenzialmente è completo. Non significa annullare le differenze, significa abbandonare l'idea che la differenza sorga da una "mancanza" o "mutilazione". 
Quello che può cambiare, è il movimento di energia tra queste polarità e la collocazione delle stesse polarità nel corpo. Ammesso di essere disponibili a riconoscere il corpo come sacro e non in antitesi con lo spirito (altro frutto del pensiero duale oppositivo).

Te Fiti come isola madre: per anni la mia razionalità e i miei studi mi hanno spinto a guardare con scetticismo al riconoscimento di forme antropomorfe nel paesaggio. In psicologia ha un nome, "pareidolia", ed è considerata una forma di illusione. E' solo con il tempo che ho compreso il significato simbolico in questo sguardo: che sia in forma antropomorfa, zoomorfa o come pare a chi legge, queste forme hanno in sé un riconoscimento di sacralità. L'avere tramutato questa tendenza (che in questo senso ora per me è una vera pratica spirituale) in un'illusione dotata di un nome tecnico dimostra quanto il nostro sguardo sia assuefatto dalla morte della materia, che nella nostra cultura si traduce in un concepire la terra/Terra come ammasso di risorse da sfruttare, senza limite. Con la pretesa della razionalità assoluta inoltre, stiamo perdendo la poesia.
Ben venga Te Fiti con la sua bellezza, ben vengano tutte le forme della Dea riconoscibili nelle nostre terre.

Spostandoci dall'analisi di questo simbolismo per dovere di cronaca è opportuno anche spendere due parole sulle polemiche sollevate da parte dei popoli indigeni polinesiani e hawaiani sul film. In particolare è stata molto criticata la versione di Maui proposta, rielaborazione di un antenato mitico qui considerata svilente. L’aver preso alla leggera il valore culturale del tatuaggio maori ha fatto si che la Disney fosse costretta a ritirare il costume per bambini del semidio destinato al merchandising. Altri malumori sono dipesi da altri stereotipi sulla cultura maori (non ultima la stazza di Maui) e dalla scarsa accuratezza storica sulle origini del popolo polinesiano.
Il demone Te Ka è ispirato dalla Dea Pele, dea vulcano Hawaiana (e in parte da Mahuika – Dea del fuoco maori – a dimostrazione che ovunque nel mondo il fuoco è anche elemento femminile), che però non è richiudibile banalmente nella categoria “cattiva”; inoltre, non è che gli elementi culturali delle isole Hawaii siano assimilabili alla cultura maori giusto perché “è tutto oceania”, cosa che nel film avviene con forse un po’ di leggerezza. Un po’ come rappresentare siciliani che mangiano wurstel e crauti perché “tanto è tutta Europa”.

Ma che dire se non che scelgo di mettere in luce la narrazione di un differente femminile, altrettanto attivo, solare, fiero e completo della controparte maschile la quale ha pure occasione di riscatto, nonché una differente relazione tra i due. E che di questo c’è un gran bisogno. 
Mi immagino come sarei cresciuta se da piccola avessi avuto questi modelli di donna, così simili a me, invece della violenza che mi sono autoimposta per somigliare alle passive, eternamente irraggiungibilmente bellissime, eteree, lunari principesse in perenne attesa del principe…(racconto sull'effetto delle fiabe classiche sulla mia crescita qui)